La riflessione di Renato Greca

Era il 22 febbraio di un anno fa, era domenica. Quel giorno la mia vita, le nostre vite, furono stravolte da un epidemia che da li a pochi giorni, sarebbe diventata pandemia mondiale.

Quel 22 febbraio di un anno fa, il mio dolce far niente e la mia serenità, furono sconvolte da un messaggio di Francesco Lomi, un caro associato e collega della provincia di Lodi. A Codogno, il primo caso accertato di coronavirus e, a partire da quel momento, i primi casi anche gravi che sembravano coinvolgere appunto solamente poche città della Lombardia.

Il collega Lomi chiedeva a me, in qualità di presidente di Anaci Lombardia, istruzioni in merito alle norme di comportamento da adottare a livello professionale e condominiale per gestire la già difficile situazione sanitaria e sociale che da lì a breve tempo avrebbe coinvolto l’intero Paese, l’Europa e il mondo intero. Mi attivai subito quella domenica, cercando di comprendere cosa stesse accadendo, un virus, uno dei tanti in circolazione che non sembrava così minaccioso e, come tutti, pensai che la situazione si sarebbe risolta nel giro di poco tempo. Il nostro sistema sanitario nazionale avrebbe risolto tutto e in fretta. Quel virus non era poi così temibile e poi, fortunatamente, circolava solo in qualche comune del lodigiano, era tutto sotto controllo. Presi tempo con il collega, lo rincuorai e lo tranquillizzai.

Presi tempo per informarmi, per confrontarmi e decidere. Il virus mostrò la sua vera natura poco tempo dopo. Chiusura totale ed emergenza sanitaria. Ognuno chiuso dietro la propria porta, medici, infermieri e croce rossa sulle strade a combattere quella che oggi ricordiamo, e ancora non è finita, come la più grande guerra dal ‘900 che conta più caduti delle due guerre mondiali. Forse, è proprio questa la terza guerra mondiale, quella guerra dove ci vede tutti alleati per la prima volta, l’Europa con la Russia, l’Occidente con L’oriente, Gli Stati Uniti con Cuba. Tutti alleati contro un esercito invisibile, il più temibile della storia. In qualità di Presidente ANACI Lombardia, mi sono mosso in fretta. ANACI era accanto ai propri associati. Da allora, da un anno, il nostro modo di vivere, il nostro modo di comunicare, è cambiato. I nostri sorrisi, sono nascosti da un anno da un bavaglio, unico mezzo che abbiamo per difenderci dal temibile virus che ha messo in ginocchio l’umanità intera, il sistema economico, il sistema sanitario mondiale e la società fatta di rapporti umani, di contatti e di abbracci.

ANACI c’è stata e c’è ancora per fronteggiare il problema e adattarsi al cambiamento. Al cambiamento che ci ha obbligati a muoverci in maniera differente a livello professionale. Chi vive nelle case ha visto nel proprio amministratore un punto di riferimento per arginare il problema all’interno dei condomini. Noi siamo stati in prima linea nel fornire risposte a chi abita in condominio.

ANACI si è mossa per tempo, permettendo agli amministratori di conoscere le nuove procedure da adottare nei confronti di chi era positivo e di chi aveva paura che il virus potesse diffondersi all’interno dello stabile. Oggi, angoscia, paura e disorientamento, hanno lasciato il posto alla consapevolezza che il mondo e il nostro modo di vivere siano cambiati. Dobbiamo essere responsabili e mantenere la guardia alta perché questa guerra non è ancora finita ma, sono certo, che la vinceremo.

Restiamo un po’ in silenzio per chi ci ha salutato, non critichiamo le scelte che qualcuno fa per arginare il problema perché solo chi ha il delicato incarico di decidere e coordinare risorse può comprendere quanto sia difficile prendere decisioni. Come ti muovi la gente muore, la gente soffre e il virus comunque dilaga. In qualità di Presidente ANACI Lombardia sono vicino a tutti i miei colleghi, sono disponibile ad ascoltarli e aperto al confronto. ANACI c’è e non si indietreggia di un millimetro in questa guerra anzi, di un millesimo.

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