INTERNAZIONALIZZARE UN’AZIENDA? ANCHE I PICCOLI POSSONO

Il piccolo bar della borgata romana, da alcuni mesi, verso le sei del pomeriggio, iniziava ad essere frequentato da muratori rumeni che, dopo aver terminato il lavoro, si fermavano a bere una birra prima di tornare a casa. Erano gli anni 90, e l’immigrazione non era fenomeno ancora così massicciamente radicato come oggi. Molti di loro erano stagionali o venivano in Italia solo a chiamata, quando si aprivano i cantieri, e la maggior parte era senza le mogli. La Romania entrò in Europa solo nel 2007 e i problemi per permessi di soggiorno e passaporti erano più complicati.

La proprietaria del bar, Maria, una signora non più giovanissima ma ancora energica, non si lamentava della situazione: era un bar tipico della periferia romana: al mattino cornetti e cappuccini e, la sera, non era strutturato per aperitivi o altri particolari servizi, quindi gli operai che bevevano una birra e si trattenevano più a lungo non erano per lei un problema come sembrava per alcuni abitanti della zona, non ancora abituati ad una presenza rilevante di stranieri.

Me ne parlò una mattina, mentre prendevo un caffè, e fu lì che mi venne per la prima volta lo strano pensiero che anche una piccolissima azienda possa essere internazionalizzata. Bastò una telefonata ad un collega di Bucarest che si dette da fare e Maria riuscì a importare direttamente una delle marche di birra più conosciute in Romania; oltretutto anche di ottima qualità.

Risultato? Il numero di operai che decisero di visitare il bar di Maria aumentò, acquistavano più birra del loro paese e, oltretutto, allontanarono tutti quelli che esageravano con le bottiglie e creavano problemi. Un piccolo successo imprenditoriale per Maria e una soddisfazione per me che potei dire di averla aiutata con una telefonata ad un amico.

Spesso non ci fermiamo a riflettere su alcuni particolari o dati di fatto che ormai diamo per scontati al punto di non renderci conto di che cosa rappresentano. Probabilmente i nostri nonni non hanno mai mangiato un avocado anche perché forse neppure sapevano che cosa fosse, al di là del costo all’epoca proibitivo per la mancanza di trasporti refrigerati e veloci.

Quelli che tra i nostri bisnonni abitavano sulle montagne dell’appennino in Toscana o Abruzzo mangiavano pesce di mare? Certo: acciughe sotto sale o stoccafisso essiccato, non certo spigole e orate fresche che, oggi, possono arrivare dalla Sicilia a Milano in giornata. Quanto tempo impiegava un treno da Milano o Torina a Palermo o Napoli fino agli anni 90?

Il villaggio globale ha reso il mondo più piccolo, più a portata di mano, più semplice da visitare e conoscere. E tutto ciò ovviamente si è ripercosso nel mondo del lavoro e degli affari. Quello del piccolo bar di periferia è un esempio di internazionalizzazione che, dalla signora Maria, non è stato percepito come tale.

Internazionalizzare, ovviamente, non è un’attività semplice: è un vestito su misura che deve essere cucito su ogni realtà aziendale. Alla signora Maria sono bastate alcune casse di birra prodotta nel luogo di origine dei suoi clienti; un’azienda che volesse importare, ad esempio, prodotti del settore elettronico o fotovoltaico dovrà valutare con maggiore attenzione il rapporto costi ricavi, le fasce di potenziali acquirenti e i futuri sviluppi di mercato. Difficile ma solo all’apparenza, ma non impossibile.

 Nel caso del bar si sono verificate un insieme di circostanze favorevoli: sta ad ogni imprenditore crearsele.

 

Gianni Dell’Aiuto
Avvocato d’impresa.

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